45) L'antropologia erasmiana.
Presentiamo alcuni passi fra i pi significativi del dibattito fra
Erasmo e Lutero sulla questione del libero arbitrio, iniziando
dalla posizione di Erasmo, espressa da lui nell'opera Diatriba de
libero arbitrio.
La disputa sul libero arbitrio, che vide Erasmo opporsi a Lutero,
favorisce un chiarimento importante sul problema antropologico.
Fra l'antropologia che sta alla base dell' Utopia di More (l'uomo
naturalmente buono) e quella professata da Lutero (l'uomo 
malvagio e destinato alla dannazione senza l'aiuto della grazia
divina) si pone quella di Erasmo, che nella sua usuale moderazione
tiene ferma la convinzione sulla libert e sulla dignit
dell'uomo.
Erasmo, Diatriba de libero arbitrio.

Finora ci siamo limitati a sottolineare i passi della Scrittura
che stabiliscono il libero arbitrio e quelli, invece, che sembrano
sopprimerlo interamente. Ma siccome lo Spirito Santo, che  autore
sia degli uni che degli altri, non pu contraddirsi, eccoci
costretti, volenti o nolenti, a dar prova d'una certa misura nelle
nostre conclusioni. Peraltro poich entrambe le opinioni contrarie
si fondano sulla stessa Scrittura, bisogna pur che questa Sacra
Scrittura ciascuno l'abbia esaminata dal suo punto particolare di
vista e che l'abbia letta alla luce dello scopo che persegue.
Alcuni, considerando con interesse particolare la grande
difficolt che gli uomini provavano per mettersi alla ricerca
della piet e, d'altra parte, quale grande male sia la
disperazione, hanno cercato di porre rimedio a questi mali; ma
sono caduti imprudentemente in un altro errore, accordando troppo
al libero arbitrio. Ma altri autori, stimando che la pi grande
peste della vera piet  la fiducia dell'uomo nelle proprie forze
e nei propri meriti, giudicando intollerabile l'orgoglio di quelli
che si vantano delle loro buone opere e che giungono fino al punto
di venderle a terzi a misura o a peso, come si vende l'olio e il
sapone, nella loro preoccupazione di evitare questi eccessi, non
hanno pi salvato che la met del libero arbitrio (contestandogli
ogni capacit di produrre un'opera buona) e si sono spinti fino al
punto di giugularlo interamente invocando per ogni cosa l'assoluta
necessit.
Questi uomini hanno creduto che fosse assolutamente necessario,
per stabilire l'anima cristiana nella semplice obbedienza, di far
dipendere interamente l'uomo dalla volont divina, di fargli porre
tutta la sua speranza e la sua fiducia nelle sue promesse, di
fargli riconoscere la sua propria miseria, e per contro di
ammirare ed amare l'immensa misericordia di Colui che ci accorda
tanti beni gratuitamente. [...].
Anche a me questa posizione pare estremamente corretta perch si
accorda non solo con le Sacre Scritture, ma con la testimonianza
di quelli che sono veramente morti al mondo nel momento in cui si
seppellivano nel battesimo di Ges Cristo. [...].
Conclusione certamente pia e favorevole che riconduce al Cristo
ogni gloria ed ogni assicurazione, che ci libera dalla paura degli
uomini e dei demoni e che togliendoci ogni fiducia nel loro aiuto
ci rende in pari tempo forti e coraggiosi in Dio. Ben volentieri
accettiamo queste tesi, comprese le iperboli che esse contengono.
Ma, per contro, quando sento dire che il merito umano  talmente
nullo che tutte le opere, anche quelle della gente per bene, non
sono altro che peccato; che la nostra volont non pu nulla di pi
di quel che pu l'argilla nelle mani del vasaio; che tutto ci che
facciamo o vogliamo discende da una necessit assoluta, il mio
spirito prova numerose inquietudini. Innanzi tutto che ne  di
tutti quei testi dove si legge che dei santi, ripieni di buone
opere, hanno osservato la giustizia, hanno camminato diritto
davanti a Dio, senza scartare n a destra n a sinistra, se tutte
le azioni delle genti pie, anche le pi rimarchevoli, sono peccato
e solo peccato, senza la misericordia divina? Vuoi forse dire che
colui per il quale il Cristo  morto sarebbe immerso nell'inferno?
Come si potrebbe parlare cos spesso di ricompensa se non c' pi
merito? Con quale faccia si oserebbe ancora lodare l'obbedienza di
quelli che si sottomettono agli ordini divini e si oserebbe ancora
condannare la disubbidienza di quelli che non vi si sottomettono?
Come siamo noi obbligati a comparire davanti al giudice supremo se
tutto si compie in noi per pura necessit e non seguendo il nostro
libero arbitrio? E c' ancora un'altra considerazione da fare.
A che cosa tendono dunque tutti questi avvertimenti, questi
precetti, queste minacce, queste esortazioni, queste innumerevoli
domande se noi non facciamo nulla e se Dio, conformemente alla sua
volont immutevole, opera tutto in noi, il volere ed il fare? Dio
ci ordina di pregare continuamente, di vegliare, di combattere, di
non perdere di vista la ricompensa della vita eterna. Perch
dovrebbe voler essere pregato senza sosta per ci che ha gi
decretato di dare o di non dare, poich, essendo immutabile, non
pu modificare i suoi decreti? [...].
Senza dubbio quando si arriva davanti al mistero dei pensieri
divini si  obbligati ad adorare ci che non si ha il diritto di
scrutare.
Lo spirito umano dir: E' il Signore; Egli pu tutto quello che
vuole e siccome per natura Egli  infinitamente buono, ci che
Egli vuole non pu essere che eccellente. Si dice pure in modo
certamente molto lodevole che Dio ci incorona dei suoi doni e che
vuole che i suoi benefici siano la nostra ricompensa; che nella
Sua bont gratuita Egli si degna riconoscere a nostro merito ci
che ha invece operato Lui stesso in noi, in modo che si possa dire
che paghiamo noi in qualche modo il prezzo dell'immortalit. Ma mi
domando come fanno a non contraddirsi quelli che esagerano a tal
punto la misericordia di Dio verso le persone pie da rendere Dio
stesso quasi crudele verso le altre persone. Le orecchie pie non
hanno difficolt, in ogni caso, ad ammettere la benevolenza di
Colui che riconosce come nostri quei beni che in realt Egli opera
in noi: ma quanto al resto rimane pur sempre difficile spiegarsi
come possa essere giusto (non dico gi misericordioso!) condannare
alle pene eterne quelli nei quali Egli non si  degnato di operare
il bene, dato che era loro impossibile fare alcunch di bene non
avendo libero arbitrio o, avendolo, non potendosene servire altro
che per peccare. [...].
A mio avviso si poteva benissimo riconoscere l'esistenza del
libero arbitrio pur evitando quella fiducia eccessiva nei nostri
meriti e quegli altri inconvenienti intravisti da Lutero, senza
contare quelli che noi abbiamo pi su segnalato conservando i
principali vantaggi della dottrina luterana. Ci  rappresentato,
ai miei occhi, ad quella dottrina che attribuisce alla grazia il
primo impulso che viene ad eccitare l'anima, pur lasciando alla
volont umana una certa responsabilit nello svolgimento
dell'azione e sempre con l'aiuto della grazia divina. Ora, siccome
nell'azione umana ci sono tre parti: l'inizio, lo sviluppo, ed il
compimento, essi concedono alla grazia i due estremi momenti e non
fanno intervenire il libero arbitrio che nel momento dello
sviluppo. Cos due cause concorrono alla stessa azione, cio la
grazia divina e la volont umana; ma la grazia  la causa
principale, la volont  la causa secondaria che non pu nulla
senza la principale mentre questa, cio la grazia, 
autosufficiente. [...] Si vede pertanto come in virt di questo
accordo l'uomo dovrebbe fare omaggio intero della sua salvezza
alla grazia divina, dato che la parte che  riservata al libero
arbitrio  s poca cosa e per di pi esso trae ancora la sua
origine dalla stessa grazia di Dio che ha, tanto per cominciare,
creato il libero arbitrio, prima ancora di liberarlo e guarirlo.
Queste sono le ragioni che hanno condotto quasi tutti gli autori
ad ammettere il libero arbitrio; ma il libero arbitrio resterebbe
inefficace senza l'aiuto continuo della grazia di Dio, il che 
appunto ci che ci impedisce ogni forma di orgoglio. Ma si potr
ancora dire: a che serve il libero arbitrio se non pu far nulla
da solo? Mi limiter a rispondere: e a che cosa servirebbe l'uomo
tutto intero se Dio agisse con lui come il vasaio con l'argilla o
se Dio agisse su di lui come potrebbe agire su una pietruzza?.
Erasmo da Rotterdam, Il libero arbitrio, Claudiana, Torino, 1984,
pagine 137-157.
